A proposito del test Invalsi 2013{0}

Ho risposto su Facebook a questo articolo pubblicato sul sito de Il Fatto Quotidiano. A futura (mia) memoria, considerata la difficoltà di recuperare poi i propri commenti su FB, riporto qui il mio commento sul test Invalsi, contro cui ultimamente (dal FQ ma non solo) si lanciano crociate e si levano scudi a mio parere immotivati.

Sara, la figlia più grande che va in quinta elementare, ha la prima prova quest’oggi, e venerdì la prossima. Non le salterà, le farà come tutte le sue compagne di classe.

L’articolo ha ragione in alcuni punti, torto marcio in altri, quando non espressamente vago e generico altrove, per cui dire che “bisognerebbe mettersi d’accordo su cosa si intenda per “buon” risultato alle prove Invalsi” senza poi dare una risposta alla domanda non ha senso, così come affermare che “il test Invalsi rischia di diventare un sistema punitivo per chi va male (insegnanti, scuole) e (forse) premiante per chi va bene“, perché è una frase inutilmente polemica, che può benissimo essere ribaltata senza modificare di una virgola la realtà delle cose. Personalmente, poi, sono anche contento che diventi meccanismo premiante per i migliori e penalizzante per i peggiori: cosa sarebbe, altrimenti, la tanto millantata e sbandierata meritocrazia di cui ci parlano tutti, se da qualche parte non si *misura* il merito?

C’è sicuramente spazio per migliorare, non lo discuto, come del resto in tutte le cose appena partite, ma da qui a decidere di boicottare il test ce ne passa parecchio. E aggiungo, un po’ polemicamente, anche di scioperare, col risultato di essere a casa con una bambina della scuola materna le cui maestre si astengono dal lavoro per “solidarietà”.

Sono convinto che sia importante introdurre strumenti di misura e valutazione delle classi, come del resto già avviene in tutto il resto del mondo. Se poi le maestre fanno a gara per ottenere punteggi migliori di altri, il problema non sta certo nel test. Si verificherebbe con qualsiasi test, ovviamente.

Credo che una fase transitoria sia per certi versi inevitabile, e fors’anche parzialmente accettabile; chi ha fatto i comodi suoi per tutta la vita si scontra con un sistema che si prefigge di valutare la qualità del suo lavoro, ne è spaventato e cerca di venirne fuori meglio possibile. Questo accade nella scuola, ma accade anche nella pubblica amministrazione (e porto facilmente l’esempio di Elisabetta, che si scontra quotidianamente con questo problema con i suoi colleghi). La ritrosia al cambiamento è una brutta bestia, si sa.

Da noi, nella nostra scuola, il grande dramma per i test Invalsi non si è verificato, o perlomeno questa è l’impressione che ne abbiamo ricavato: le insegnanti, che in questi CINQUE ANNI (non negli ultimi due mesi) hanno sempre lavorato benissimo, si sono dette sempre tranquille circa la prova, che non prevede che mettere in campo competenze e qualità che i bambini hanno già sviluppato in classe. Il problema sono semmai stati i genitori, alcuni dei quali hanno comprato i libri ai figli per prepararli, li hanno caricati di un’ansia oggettivamente ingiustificata. Sara l’ha assorbita, inevitabilmente, ma in questi giorni abbiamo cercato di sgonfiarla e riportarla a una più normale e legittima preoccupazione di far bene, e null’altro.

Argomenti correlati: