adda passà ‘a nuttata…{2}

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Un paio di anni fa, quando Irene era ancora piccola piccola e noi ce ne stavamo a Gazzaniga per passare l’estate, Elisabetta doveva partecipare a un concorso. Si è presentata in posta alle undici e mezza (lo ricordiamo bene perché aveva prelevato con il Bancomat prima di entrare nell’ufficio postale per pagare la raccomandata, e a posteriori abbiamo controllato la ricevuta del prelievo) per spedire i documenti, che dovevano tassativamente essere timbrati prima di mezzogiorno. L’addetta ha preso il plico, l’ha messo in cima alla pila di carte da smaltire ed Elisabetta se ne è andata. L’impiegata ha timbrato alle dodici e un quarto, dopo aver terminato il resto delle pratiche. Risultato: fuori dal concorso. Colpa di Elisabetta, naturalmente, che avrebbe dovuto sincerarsi che il timbro venisse apposto al momento della consegna, e non quando l’impiegata ha avuto tempo di farlo. Grandi incazzature nei confronti dell’impiegata (inutili, ancorché comprensibili), ma soprattutto con se stessa.

Ora, di tutta questa faccenda delle liste e dei listini, la cosa che più la rende insopportabile è proprio questa. Il non ammettere l’errore, lo scaricare – non si capisce sulla base di quale principio – la colpa sugli altri e il pretendere di cambiare le regole in corsa per poter correggere lo sbaglio. Se – e il SE è tanto grosso quanto fantascientifico – il PdL se ne fosse uscito dicendo “ragazzi, abbiamo toppato. Di brutto. Non siamo giustificati in questo errore, tanto più che siamo il primo partito in Italia. Che si fa“? Allora, e solo allora, FORSE si poteva cercare di discutere e trovare una soluzione.

Le regole sono regole, punto. In una democrazia, l’accesso regolamentato al processo elettorale è (o dovrebbe essere) sacrosanto e inviolabile. Non può arrivare un pirla, mettiamo io, che si candida alla regione Lombardia così, di punto in bianco, solo perché mi va. Occorrono le firme di chi sostiene la sua candidatura. Altrimenti è l’anarchia. Si tratta di un meccanismo volto a tutelare gli elettori, in prima battuta, che non si trovano davanti il nome di un pirla sorretto solo da se stesso, ma di qualcuno che si è formalmente impegnato davanti alla cittadinanza, e a cui 3.500 persone hanno deciso di dargli fiducia mettendoci il proprio nome.

Ora, questo vale per l’ultima delle liste degli sfigati tanto quanto per quella del primo partito in Italia. Anzi, il fatto che il primo partito in Italia non sia stato in grado di ottemperare a queste elementari regole costituisce un’aggravante, non un’attenuante. Le responsabilità aumentano, non dovrebbero diminuire.

Quel che segue è un racconto di fantascienza.

Quello che avrei voluto vedere, che mi sarei potuto aspettare, ingenuamente si capisce, era una bella dichiarazione di B. che dopo sto papocchio si presentava e diceva “signori elettori carissimi, abbiamo fatto una cazzata. Mister Panino verrà messo a pulire la monnezza di Napoli e non lo voglio più vedere. In quanto capo del mondo mi assumo IO la responsabilità di questo errore e anzi firmo un documento pubblico in cui prometto che se in futuro si verificherà ancora una cappella di questo tipo mi dimetto istantaneamente. Ciò detto, preso questo solenne impegno con tutti voi, che si fa?

È evidente che il gioco è falsato nel momento in cui una delle squadre in campo non può giocare. Ricordiamoci però che è stato un errore della squadra stessa a escluderla dalla partita. Visto che piacciono tanto le metafore calcistiche, supponiamo che la Juve si presenti con un’ora di ritardo alla finale di Coppa. L’altra squadra può vincere a tavolino. I giocatori arrivano sul campo trafelati, l’allenatore dice “l’autista ha sbagliato strada, ci siamo persi e siamo arrivati tardi“. L’allenatore avversario potrebbe dire “fottesega, vittoria a tavolino e gg“, oppure potrebbero andare insieme dall’arbitro e dire “la gente è venuta qui per vedere la partita, la Juve è arrivata tardi ma noi vogliamo giocare ugualmente, perché ci piace il calcio. Chiudiamo un’occhio per questa volta?

L’accordo bipartisan per cercare di riammettere il PdL sarebbe stato ammissibile, o quantomeno sarebbe stato ammissibile parlarne SOLO se il PdL per primo avesse ammesso il proprio errore, e con il capo cosparso di cenere fosse andato davanti ai suoi elettori, da Bersani, da Di Pietro, da Napolitano a capire che fare, rimettendosi al loro giudizio. Appellandosi, come si suol dire, alla clemenza della corte. Non credo che nessuno di loro avrebbe detto “no, fottesega, sparite“, perché – ripeto – la competizione elettorale ne sarebbe uscita quantomeno distorta rispetto alla realtà. Questo non toglie che se qualcuno avesse detto “fottesega sparite“, a quel punto il PdL della fantascienza avrebbe detto “ok, siamo stati dei coglioni, paghiamo il nostro errore, ci rivediamo alle prossime elezioni. Tanto questo errore non lo commetteremo più, contateci“.

Come dicevo, questo è un racconto di fantascienza. La realtà è l’arroganza di questi cialtroni che accusano altri delle proprie colpe (MAI ammettere i propri errori, sia chiaro! L’infallibilità è uno dei principi cardine del culto del capo) e fanno carta straccia delle più elementari regole democratiche. Tanto chi se ne frega? Mica pagheranno loro il disastro culturale che questa porcata, ultima di mille altre porcate analoghe, rovescerà sul nostro paese.

PS – a quanto pare non sono l’unico a pensarla così. Per quanto poco possa valere, la cosa un po’ mi consola

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