Perché il PEGI dovrebbe diventare legge{2}

In queste settimane abbiamo letto, ancora una volta, le lamentele di genitori che scoprono l’esistenza di videogiochi indirizzati a un pubblico adulto, e che spaziano dal definirli armi letali a strumenti che istigano femminicidio, violenze e quant’altro. L’ultimo esempio in tal senso arriva dalle pagine online del Corriere della Sera, sul blog della 27esima ora. Ha risposto in maniera molto corretta ed equilibrata all’intervento della pediatra, molto più di quanto avrei potuto fare io di fronte al mare di inesattezze e leggerezze scritte in quell’articolo, un altro giornalista del Corriere (nonché collega), Stefano Silvestri, in questo post (a cui ne sono seguiti altri).

Ora, ci sono alcuni aspetti che vanno indubbiamente chiariti, e altri che meritano qualche riflessione in più. Il primo, che forse diamo sempre troppo per scontato, è che il videogioco, a dispetto del nome, è un mezzo di comunicazione ormai maturo, e come tale si rivolge a diverse fasce di pubblico, esattamente come il cinema, il fumetto, i libri e la musica. Ci sono (video)giochi per bambini, per ragazzi, e (video)giochi per adulti. Esattamente come esistono Frozen e Pulp Fiction.

il videogioco, a dispetto del nome, è un mezzo di comunicazione ormai maturo, e come tale si rivolge a diverse fasce di pubblico

pulp

Ci sono opere straordinarie per il cinema, come Apocalypse Now o Le Iene, contro cui nessuno si sognerebbe di invocare la censura, o chissà che altre misure restrittive. Perché? Perché esistono già. Sono film per adulti, che nessun genitore farebbe vedere a cuor leggero al proprio figlio di 11 anni. Alla medesima stregua, esistono videogame pensati per un pubblico adulto, opere straordinarie sia dal punto di vista estetico, ossia di come si presentano agli occhi e alle orecchie del giocatore, che del gameplay vero e proprio, ossia di come si fanno giocare, sia della scrittura, rappresentando in molti casi vere e proprie opere d’arte a tutti gli effetti. Grand Theft Auto V, che è sempre tirato in mezzo quando si parla di violenza e videogiochi, non è solo “ammazza la prostituta per rubarle i soldi”, ma disegna uno spaccato straordinario, disincantato e lucidissimo della società moderna, in particolare quella statunitense. Un prodotto di intrattenimento che diverte, certamente, ma che è capace di far riflettere come e meglio di tanti film o romanzi “impegnati”. Una qualità rara, e infatti non tutti i videogiochi sono al livello di GTA. Come non tutti i film sono a livello di Pulp Fiction, evidentemente.

Non sapere che esistono diverse tipologie di videogiochi, nel 2014, è semplicemente inammissibile
L’altra questione importante, troppo spesso trascurata, è che i genitori sono chiamati, oggi più di ieri, a un ruolo più attento e consapevole nei confronti dei propri figli. E non parlo solo di videogiochi. Lasciare un ragazzino libero di scorrazzare per la rete è da sconsiderati, vista la facilità con cui si arriva a un 4chan o in uno youporn a caso. E attenzione, questo non vuol dire mettere un firewall e liberi tutti: sta evidentemente alla sensibilità e alle scelte di ogni genitore decidere come affrontare il problema, ma il problema va comunque affrontato. Per assurdo, posso decidere di far giocare mio figlio di 11 anni a GTA V, così come posso decidere di lasciarlo libero di vedere Pulp Fiction, ma è una scelta educativa di cui sono (devo essere) consapevole. Non sapere che esistono diverse tipologie di videogiochi, nel 2014, è semplicemente inammissibile. Del resto, nessuno si sognerebbe di alzarsi una mattina e dire “ma come, esistono film per un pubblico adulto?”.
gta

Oggi come oggi, il PEGI è un sistema di classificazione molto efficiente ed estremamente severo. Quello che a molti sfugge è che si tratta di un sistema che funziona su base volontaria. Cosa significa? Significa che chi sviluppa videogiochi decide, per sua scelta, di far classificare o meno il proprio prodotto. Io posso decidere di realizzare un videogame e metterlo in commercio senza sottoporlo al PEGI. Se andate in un negozio tipo GameStop o in una catena di elettronica, però, non troverete mai titoli non classificati PEGI. Tutti i videogame prodotti per console (Xbox, PlayStation, Wii ecc.)  sono classificati PEGI, ma solo perché i produttori delle console stesse hanno deciso così: se tu, sviluppatore, vuoi vendere il tuo prodotto su un mio sistema, devi prima farlo valutare e classificare.

Il PEGI è efficiente e severo, ma funziona su base volontaria. Non tutti i giochi sono classificati, e se lo sono, non è sempre per generosità

La motivazione ufficiale è – ovviamente – che in questo modo si tutelano i minori e le famiglie, e non c’è dubbio che uno degli effetti positivi di una simile policy sia proprio questo. Occorre però anche essere realisti: se le grandi catene e i produttori di hardware impongono il bollino PEGI, è soprattutto perché vogliono – legittimamente, peraltro – tutelare la propria immagine ed essere con le spalle coperte in caso di controversie e polemiche come quelle cui accennavo all’inizio. Se un gioco è classificato “18″, non va dato in mano a un bambino di 11 anni, e la questione è chiusa.

Ancora una volta, però, è opportuno ricordare che la classificazione PEGI è indicativa, e non vincolante. Le grandi catene vendono videogiochi classificati, ma non sono tenuti a rispettarne le indicazioni. Ergo, se un ragazzino di tredici anni si presenta con settanta euro in mano e vuole a tutti i costi GTA V o Far Cry 4, il negoziante può decidere di venderglielo o meno, unicamente a sua discrezione. Le grandi catene come GameStop ne hanno fatto una policy interna vera e propria: possono farlo in virtù della loro forza economica, e perché – come dicevo prima – aiuta indubbiamente l’immagine dell’azienda, ma il discorso non vale per tutti.

[aggiornamento: mi segnala un amico, ex titolare di un negozio di videogiochi, che – per sua esperienza diretta – in teoria il commerciante non dispone della discrezione di decidere se vendere un prodotto o meno a un cliente che ne fa richiesta, in assenza di leggi specifiche che glielo impediscano. Ergo, se un minore pretende di comprare un titolo classificato “18″, in teoria nessuno può impedirglielo, probabilmente nemmeno le policy interne dei vari GameStop (che funzionano finché funzionano, insomma). Mi riservo di verificare – passate le feste – come stanno effettivamente le cose, e di correggere eventualmente questo passaggio. Se qualcuno mi può aiutare in questo senso, ben venga.]

Le classificazioni PEGI vanno rese vincolanti per legge, e accompagnate da campagne di sensibilizzazione e informazione
Occorre quindi un passo ulteriore, e coraggioso: che le classificazioni PEGI vengano fatte rispettare per legge. Non serve creare nuovi enti di classificazione, che sarebbero solo un inutile spreco di tempo e di denaro. Esiste già chi si occupa di valutare i giochi, e lo fa molto bene. Si tratta solo di prendere quei numeretti e renderli vincolanti per legge, con adeguate sanzioni per chi trasgredisce. Un provvedimento a costo – quasi – nullo, accompagnato da una doverosa campagna di sensibilizzazione e informazione – come è stato fatto per tante altre cose in passato – che spieghi ai genitori che esistono giochi per ragazzi e giochi per adulti, e che i giochi per adulti devono finire solo nelle mani degli adulti. Sembrano cose ovvie, almeno per me che lavoro nel mondo dell’informazione videoludica da quasi vent’anni, ma che tanto ovvie evidentemente non sono. Solo due giorni fa ho visto i miei nipoti di 12 e 14 anni con fior di Call of Duty e Far Cry, regalati serenamente dai loro genitori per Natale. Il che è sintomo di un’ignoranza di fondo che va affrontata.

Symbol of law and justice in the empty courtroom, law and justice concept.

Questa è una proposta concreta, utile e importante per diversi motivi: il genitore si sentirebbe maggiormente tutelato da una legislazione che cerca di impedire – nei limiti del ragionevole – l’accesso ai minori a prodotti pensati per adulti; sarebbe informato, certo più di quanto lo è adesso, nel momento in cui suo figlio da solo non può andare a comprarsi GTA con i soldi della mancia; ne risulterebbe tutelato anche il videogioco inteso come medium nel suo complesso, che potrebbe finalmente da quello stato di semi-clandestinità in cui continua a rimanere relegato, smetterebbe di essere trattato come un sottoprodotto di chissà quale cultura nerd di cui ancora non si capiscono bene confini e portata, e verrebbe equiparato per importanza, valore culturale e valenza artistica a qualsiasi altra forma di intrattenimento. A margine, come ciliegina sulla torta, leggeremmo meno articoli inutilmente demonizzanti, e più critica seria a questo o quel titolo.

Il videogioco deve essere equiparato per importanza, valore culturale e valenza artistica a qualsiasi altra forma di intrattenimento

La cultura del videogioco va costruita, giorno dopo giorno, un passo alla volta. E il cammino passa anche (ma non solo) da qui.

PS la prima obiezione, scontata, è che un simile divieto sarebbe facilmente aggirabile da chiunque abbia un amico maggiorenne. Sono abbastanza onesto da sapere che è assolutamente vero. Così come è facilmente aggirabile il divieto di vendita di alcolici o di tabacchi ai minori, ma non per questo nessuno si è mai sognato di chiederne l’abolizione, quanto semmai controlli più rigorosi.

PPS La seconda obiezione, altrettanto prevedibile, è quella di chi non vuole bavagli ai videogiochi, è contro la censura ecc. Si tratta di una posizione, a mio modo di vedere, sbagliata, e che in questo caso non aiuta la causa che vorrebbe difendere. Molte cose sono normate, ed è giusto che lo siano. Il fatto stesso di essere normate le rende, in qualche modo, parte del nostro mondo e della nostra cultura, ne riconosce l’importanza e il valore. Ciò che non è normato è destinato, per definizione, a rimanere privo di identità e di appartenenza, perso in un limbo in cui vale tutto e il contrario di tutto, in cui un genitore pensa di poter regalare tranquillamente GTA V al proprio figlio di 11 anni.

 

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