Quel che viene dopo{0}

Rabbia? Delusione? Incazzatura? Ormai temo di non avere nemmeno più la forza di rimanerci male. Non so come funziona nel resto del mondo o negli altri settori (anche se qualche idea ce l’ho), ma la professione del giornalista nel mondo dei videogiochi, quella che a me piace sempre definire di “critico videoludico”, è diventata una farsa. Ormai poco più che una chimera per chi vorrebbe che fosse un lavoro, e un fantastico hobby per chi un lavoro già ce l’ha.

Del resto, in quali altri settori si trova gente disposta a lavorare gratis pur di vedere la propria firma su un foglio, in fondo all’articolo di un blog, pur di imbucarsi gratis alle fiere di settore, pur di ricevere qualche promo dai PR che cercano in ogni modo di ottenere qualche recensione favorevole in più? Del resto, non è mica colpa loro, dei PR dico: il loro compito è cercare di promuovere il più possibile i propri titoli, possibilmente fargli ottenere giudizi favorevoli, e se la gente si vende – letteralmente – per una copia omaggio, improvvisamente il loro lavoro diventa molto, molto più facile.

Chi scrive di videogiochi? Qui si intrecciano diversi problemi, diverse cose, tutte importanti, e che tutte contribuiscono alla situazione disastrosa in cui versa oggi la nostra professione. Non mi sono mai considerato un genio, uno bravissimo, uno che con due battute di testo è in grado di cambiare il mondo, ma ho sempre lavorato tanto, credo di aver sempre lavorato bene, e credo di saper fare il mio lavoro. Che non è solo “saper giocare bene”, ma comprende tutta una serie di qualifiche e capacità che nessuno mai considera importanti, a cominciare dal saper scrivere in italiano. Oggi, come del resto è sempre stato, quando ancora questo lavoro era agli albori, l’accesso alla professione è una farsa. Non c’è. Non occorre laurea, non servono corsi, non ci sono esami né selezioni. Si comincia così, tanto per cominciare, senza orari o sedi fisse, senza necessità di render conto a nessuno. Non serve niente, solo un computer collegato a internet e la passione per i videogiochi. Due cose che hanno praticamente tutti. Il che non è di per sé un male. La libera iniziativa, la voglia di fare e l’ambizione sono sempre necessari; di più, il piacere di trasformare in lavoro la propria passione è una gioia e un piacere difficili da raccontare, e è ancor più difficili da realizzare. Quindi ben venga che chiunque possa fare questo lavoro. Ho cominciato anche io così, più di quindici anni fa.

Il problema è quel che viene dopo.

Quel che viene dopo è gente che, per percorso professionale, per studi intrapresi, per vicende varie della vita, per opportunità, comodità, convenienza, quel che vi pare, trova un lavoro vero, uno che tiene occupati tutto il giorno, che paga bollette/affitto/mutuo, e va benissimo, ma non per questo abbandona l’hobby del giornalismo videoludico. Tanto puoi puoi giocare di notte, nei fine settimana, scrivere più o meno quando ti pare, anche in ufficio se il tuo lavoro (vero) te lo permette. L’importante è continuare a scrivere, giusto? A vedere la propria firma sulla rivista, sul blog, sul quotidiano. Magari meno spesso di prima, ma chissenefrega. Non mi vengono in mente molti altri lavori che consentono di essere portati avanti in questo modo. Ci penso, ma non mi vengono in mente. Puoi fare il cameriere per un po’, mentre studi, per arrotondare, ma non puoi farlo quando vieni assunto in un ufficio o in una fabbrica. Non puoi fare l’operaio la sera, o nei fine settimana, quando vuoi tu. Non puoi fare il meccanico, o l’idraulico a tempo perso, dopo che hai finito le otto ore di un altro lavoro. Per mille motivi, anche legali, ma non puoi. Il giornalista di videogiochi, invece sì.

Quel che viene dopo sono editori e capiredattori che non hanno alcun interesse per come gli articoli sono scritti, per quel che dicono, per la tanto chiacchierata “qualità”, basta spendere poco. Sapere di ciò che si scrive, magari saperlo scrivere decentemente, avere un’opinione propria e non far propria quella del PR di turno o di altre recensioni scopiazzate qua e là, sapere cosa vuol dire far critica, pensare ai lettori quando si digita su una tastiera, cercare di tenere la schiena dritta anche in questo settore, dove pare importare poco a pochi. Di tutto questo non frega niente a nessuno. Non frega agli editori e ai capiredattori, a cui basta uscire col pezzo in tempo, magari prima degli altri, spendendo il meno possibile, e pazienza se è pieno di castronerie, inutile o copiato.

Quel che viene dopo è che la gente non ne vuole sapere di pagare qualcuno per scrivere di videogiochi. Già hai la fortuna di poter giocare tutto il giorno, di scrivere di giochini, non vorrai mica anche essere pagato? Con il culo che si fanno quelli che lavorano davvero! E allora via, venti euro a pezzo se sei fortunato, perché per le recensioni ti posso dare la promo, ci giochi e te lo tieni anche, ti porto a Los Angeles a spese mie, poi in fiera giri come una trottola tutto il giorno e scrivi come un razzo, mica vorrai anche essere pagato per stare tra i tuoi amati videogiochi tutto il giorno!

Quel che viene dopo è  una professione che è considerata uno scherzo da tutti. A tutti piacciono i videogiochi, a nessuno viene in mente che chi li recensisce, chi ne parla, possa farlo di mestiere. Quando vai da una testata nazionale a proporre idee per espandere le loro sezioni Cultura con rubriche o articoli che trattino anche di videogiochi, che dovrebbero avere tanto spazio quanto ne hanno libri e cinema (forse anche di più, visti i fatturati, ma partiamo da uguale spazio), vedi risatine compiaciute, gente che ti guarda dall’alto in basso, che queste sono cose da bambini, e lascia fare il lavoro vero dei giornalisti a noi grandi. Poi ritrovi le stesse idee copiate spudoratamente un mese o due più tardi, e pazienza, vuol dire che l’idea era buona, oppure vedi che sì, di videogiochi possiamo anche parlarne, ma mica vorremo anche pagare la gente che ne parla? Dai, “ospitiamo” l’articolo di qualcuno che scrive per la stampa specializzata, che tradotto in italiano significa “scrivi il pezzo, noi te lo pubblichiamo, per te è tutta pubblicità”. È la versione in grande del caporedattore che fa scrivere gratis il ragazzino, con la promessa che è tutta visibilità, è tutto curriculum.

Quel che viene dopo? Il dopo.

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