Tutti a piedi!{2}

Prendo spunto dall’articolo pubblicato sulla 27esima Ora, dove si parla di una ricerca scientifica in cui i genitori italiani sono quelli che in percentuale maggiore accompagnano e vanno a prendere i figli a scuola. Come dice anche l’articolista, non serve chissà quale ricerca, basta andare davanti a qualsiasi scuola italiana in orari di entrata/uscita per vedere com’è realmente la situazione.
E non è solo questione di traffico.

Qui da noi, intendo a casa mia, esiste da un paio d’anni il progetto Piedibus, un po’ di genitori che si sono messi d’accordo tra di loro, coordinati dal Comune, per accompagnare a piedi i bambini a scuola. Un bellissimo servizio, a cui magari un giorno dedicherò un intero post, dove confluiscono in maniera naturale ma molto bella l’esercizio fisico, la riduzione del traffico e dell’inquinamento, la lotta all’obesità infantile, l’abitudine a muoversi a piedi per tragitti ragionevolmente affrontabili, la socializzazione, la relazione tra bambini (e tra adulti!), la loro salute, la conoscenza dei luoghi in cui si vive…

In quasi due anni di “servizio attivo” come volontario del Piedibus, lo scoglio principale contro cui vado a sbattere in continuazione sono i genitori. Fargli capire che per fare 800 mt. possono anche non prendere la macchina, che i loro figli sono in grado di camminare e non sono – per fortuna – dei paraplegici non autosufficienti è peggio che convincere Berlusconi a presentarsi in tribunale spontaneamente. Non ci arrivano. Non ce la fanno proprio.

Dal nostro quartiere partono ogni mattina quattro o cinque bambini con il Piedibus (accompagnati sempre da due adulti), ma ce ne sono molti, almeno altrettanti se non di più che vanno in macchina, accompagnati da mamma e/o papà. Per loro, e lo dico perché me l’hanno detto i genitori stessi, invitandoli a mandare i figli al Piedibus, l’idea che il pargolo faccia tutta quella strada a piedi (ripeto, 800 mt a voler stare larghi) è inconcepibile.
Non parliamo di quando poi fa freddo o fa brutto tempo, eh, perché lì proprio è un muro insormontabile. In effetti, dieci minuti camminando all’aria aperta sono decisamente molto più pericolosi, al limite della sopravvivenza, rispetto alla salubre pratica che consiste nel: uscire da casa, dove fa caldo – prendere freddo nel tragitto fino alla macchina – trovarsi nel caldo subumano in auto, con riscaldamento al massimo – riprendere freddo uscendo dall’auto fino all’ingresso della scuola – ripiombare nel caldo subumano in classe. Sono giusto, conti della serva alla mano, due sbalzi termici in più rispetto a chi se ne va a piedi. Non ho dati a riguardo, né studi scientifici da portare, ma ho l’impressione che i giorni di assenza dei bambini che vanno al Piedibus siano sensibilmente meno di quelli che si fanno portare in macchina. Ripeto, è sicuramente un’impressione mia.

Poi c’è la questione delle cartelle, pure citata nell’articolo del Corriere: qualcuno in questo universo mi spiega perché i genitori debbano portarsi le cartelle dei figli in spalla quando escono da scuola? Ancora: che cosa sono, disabili con difficoltà motorie? La scena peggiore è quella delle nonne o dei nonni che vanno ad aspettare i bambini fuori da scuola, signore di una certa età, intendo ben oltre i settanta, anziani insomma, che si caricano sulle spalle lo zaino del bambino, che trotterella dietro di loro con aria felice mangiandosi una caramella o un lecca lecca. Roba che mi viene il sangue alla testa, giuro.

Entrambe le questioni, genitori che accompagnano i figli a scuola e gli portano la cartella sono figlie di una sola madre, l’ansia dei genitori, il loro apparentemente insopprimibile desiderio di proteggerli a ogni costo, di evitargli ogni fatica, ogni sofferenza, ogni sforzo inutile. Ora, posso capire certamente il desiderio di proteggere i figli, in quanto padre io stesso, il mondo è cambiato, c’è in giro di tutto ecc. ecc., ma c’è un limite.
Perché si sente così forte la necessità di tenere i figli sotto una campana di vetro?
L’idea che possano – ODDIO! – fare un po’ di fatica è davvero così insostenibile? A un certo punto, piaccia o non piaccia, dovranno anche imparare ad affrontare – e reagire – alle sfide e alle difficoltà della vita, compreso il trovarsi da soli di fronte a uno sconosciuto e non rivolgergli la parola ma tirare dritto, guardare a destra e sinistra prima di attraversare la strada assicurandosi che le macchine si fermino per davvero prima di muoversi. Come facciamo noi, del resto. Perché non lo devono fare anche loro? Quando dovranno farlo anche loro? A vent’anni? A trenta? Il compito di un genitore non dovrebbe essere quello di accompagnare un figlio all’età adulta? Aiutarlo ad affrontare il mondo nel migliore dei modi? Sostenerlo nella crescita, nella sua autonomia?

Più vado avanti più si fa strada in me il pensiero che l’idea che ho io di genitore e dei suoi compiti, delle sue responsabilità, è molto diversa da quella che hanno la maggioranza delle persone.

 

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