Xbox Infinity e lo stato del giornalismo videoludico{0}

Tutto è cominciato con il post di un utente di Reddit, che ha pubblicato un logo (fasullo, creato da lui) per la prossima Xbox di Microsoft. E ha fatto un buon lavoro: Xbox Infinity è tutto sommato un bel nome, la grafica del logo non è neanche troppo brutta… Insomma, è plausibile. Però non è il logo della nuova Xbox.

Il fatto divertente, e al tempo stesso un po’ triste, è che la stragrande maggioranza dei siti videoludici ha preso la cosa per vera. È bastato che l’International Business Times (che non è neanche specializzato in videogiochi, ma in finanza e roba del genere) pubblicasse la notizia del “leak” del logo che subito ha cominciato a rimbalzare, paro paro, su tutti i principali siti, mondiali e italiani: Gamespot, Eurogamer.net, IGN.com, Multiplayer.it, Eurogamer.it, IGN.it, GamesVillage.it. Potrei andare avanti quanto volete, ovviamente: andate sul “vostro” sito preferito e probabilmente troverete un rapido lancio che riprende la cosa (con le avvertenze del caso: “può darsi, non è confermato, chissà”, ecc. ecc.).

xbox2Varie cose colpiscono di questa vicenda, e mi danno spunto per parlare un po’ di come si fa informazione nel mondo dei videogiochi. La prima cosa è che in questo scherzo ben architettato ci siano cascati tutti, senza distinzioni, dall’ultimo dei più sfigati blog a colossi come Gamespot e IGN. Stessa notizia, ripetuta uguale ovunque. In particolare, il fatto che IBTimes abbia parlato per primo di immagine “leaked” da Reddit, quando non è affatto così, e tutti gli altri si siano accodati.
E non è neanche la prima volta che succede, se ricordate il caso “X-Surface” di qualche tempo fa: uno scherzo ben pianificato, rimbalzato in poche ore su tutti i siti del mondo.

Intendiamoci, non è mia intenzione in questo post dare colpe, men che meno giudicare il lavoro degli altri. Anzi, in tutta onestà: se fossi ancora responsabile delle news per TGM Online, o per GamesVillage.it, o per qualunque altro sito, sono certo che avrei riportato la stessa notizia, con tutti i caveat e le “pinze” del caso.

Mi limito a prendere atto, ancora una volta, che dalle nostre parti funziona così: le notizie arrivano o direttamente dai publisher o dalle loro agenzie di comunicazione, oppure ci sono “rumour” e “leak” che partono da qualche parte e si diffondono su tutti i principali siti. Punto. Non esiste il giornalismo videoludico d’inchiesta, e per come è costruito questo mondo difficilmente esisterà mai. I lettori sono la cosa più importante, sempre e comunque, ma è indiscutibile l’importanza del legame a doppio filo con i publisher e i distributori. Legame che va costruito, mantenuto e possibilmente non messo a rischio. Questo non vuol dire essere accondiscendenti verso i giochi di questo o di quest’altro publisher, sto parlando di tutt’altra cosa. Sto parlando di rispettare il lavoro di chi si occupa di comunicare le informazioni relative a un videogioco, nello stesso modo in cui si pretende da loro – giustamente – di rispettare la nostra libertà di critica.

Ci piaccia o non ci piaccia, nel nostro settore funziona così. Raramente siamo noi a creare le notizie. Più spesso, o meglio nella quasi totalità dei casi, ci limitiamo a riportare quelle che ci vengono date. Le filtriamo dalle inevitabili stronzate da press release, le leggiamo e le interpretiamo con la nostra lente critica, le arricchiamo o le tagliamo a seconda dell’impostazione della nostra testata, ma non le creiamo noi. Su questo punto, tutti quanti noi del nostro settore occorre che cominciamo a farcene una ragione. Del resto, verrebbe anche da dire, il nostro lavoro non è dare notizie. Il nostro lavoro in teoria è un altro, giusto?

Piccolo inciso: il paragrafo qui sopra spiega perché mi fanno ridere i siti che “leakano” le immagini di questo o quel gioco due giorni prima della data fissata per l’embargo, o che vanno online con una recensione prima degli altri fregandosene di accordi presi in precedenza. L’embargo su un gioco non è una violazione dei diritti umani, è solo la – legittima – richiesta di chi ti fornisce immagini e/o materiale di parlarne nel giorno che vogliono loro, perché si inserisce nella loro strategia di comunicazione, perché così hanno pianificato ecc. Puoi parlarne come vuoi, e questo è un punto essenziale, ma altrettanto essenziale è il rispetto per il lavoro altrui, in questo caso delle agenzie di comunicazione.
Uscirsene due giorni prima degli altri rompendo l’embargo è stupido. Infantile. Non è un merito, ma una colpa. Non è che il giornalista che pubblica due screenshot esclusivi prima di altri li abbia fotografati di nascosto, dopo essere rimasto appostato per tre giorni su un camino a seicento metri dalla software house, in attesa di avere una buona visuale del monitor di un grafico, con il suo zoom Jedi da 600 euro. Sono screenshot che ti ha girato la software house. Via email. Con un link da cui scaricarle. Pubblicarle prima di altri non è buon giornalismo, è solo eiaculazione precoce digitale.

Chiusa la parentesi. Non esiste quasi mai – come invece in altri ambiti – un vero e proprio accesso alle fonti, o la possibilità di confermare una notizia presso la fonte. Non posso alzare il telefono e parlare con il capo dello sviluppo di Xbox e chiedergli se il logo è vero oppure no (fosse solo per ottenere un “no comment”), oppure andare a Redmond e citofonare per chiedere lumi. Nel nostro settore l’informazione è strettamente contingentata: gli uffici stampa sanno poco, quando sanno, dicono solo quello che possono dire, quando vogliono loro, e se sanno qualcosa che non possono dire stanno zitti. E se provi a bypassarli per arrivare direttamente allo sviluppatore, di solito vien fuori un casino. Per noi in Italia tutto questo è amplificato dalla distanza, dalla lingua, dall’avere come riferimento uffici locali che spesso ricevono anche loro le notizie in ritardo, e che come noi non hanno accesso “diretto” agli sviluppatori ma agli uffici stampa americani ecc.

C’è poi un altro problema, se così lo vogliamo chiamare, che spiega il proliferare dei “rumour” incontrollati: per come funziona l’informazione su internet, e non parlo solo di videogiochi, l’obiettivo ultimo non è tanto (non solo, diciamo) informare correttamente il lettore, a costo magari di pubblicare meno minchiate e/o pettegolezzi, quanto farlo venire sul nostro sito, fargli visitare più pagine possibili, ottenere più clic possibili. Notizie come quella di oggi sono veri e propri serbatoi di clic, attirano lettori come cavallette, e francamente mi stupisce che le redazioni non si inventino fesserie del genere più spesso, perché hanno la sgradevole tendenza a funzionare, in termini di pageview e accessi.
La corsa, oggi, non è all’informazione “pura” (che comunque non esiste, come ho già spiegato prima), ma alla quantità di informazione prodotta: più notizie pubblichi, più la gente ti segue, più pagine visita, più banner vede ecc. Quantità prima che qualità. Meglio un rumour di più che uno di meno: anzi, col rumour puoi sempre mettere in conto una o due news di smentita da pubblicare il giorno dopo e nelle settimane a venire, o articoli lacrimevoli come questo in cui ci si strappa le vesti per lo stato dell’informazione videoludica.

L’informazione in questo settore funziona così, ha sempre funzionato in questo modo, e non vedo grandi motivi per cui le cose debbano cambiare nei prossimi anni. Inutile stracciarsi le vesti. Anzi, non ci sono proprio vesti da stracciare.

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