That dragon, cancer

Succede. Succede che sei in quell’età in cui sei completamente assorbito dalla main quest. Ti trovi più o meno a metà della campagna principale, a barcamenarti tra le missioni primarie e un sacco di secondarie, con un quest log che non riesci mai a gestire, e dal nulla ti ritrovi davanti un boss che non ti aspettavi. Ti coglie di sorpresa. Anche perché non te lo ritrovi proprio davanti, ma dentro. E non ci metti molto a scoprire che è parecchio più complicato da eliminare.

E cosa fai? La prima reazione è quella più naturale e prevedibile. Ti prende lo sconforto. Ti metti a piangere. Piangi, perché quando te lo ritrovi davanti sei da solo, in una saletta semibuia di un’ecografista qualsiasi che si aspettava di trovare qualche banale calcolo al rene, e che invece ti guarda con due occhi spalancati, tra lo stupore e l’incredulità, e ti consiglia di “approfondire il più alla svelta possibile”. Fuori c’è il tiepido sole delle mattine di fine estate, ma dentro di te è scesa di colpo un’ombra che fino a ieri non pensavi neanche potesse esistere. E mentre ti asciughi le lacrime, fumando quella che — in un modo o nell’altro — sai che sarà una delle tue ultime sigarette, cominci a muoverti. Perché non sta scritto da nessuna parte che il primo boss che arriva deve per forza vincere, ma soprattutto non esiste che possa buttarti giù in questo modo, non al primo colpo. Non senza provare a spaccargli il culo.

that dragon cancer
Siamo un party fortissimi!

E allora ti riprendi, osservi nuovamente il sole pallido e ti guardi attorno. E ti accorgi che, in realtà, non sei affatto solo. Ti accorgi di essere circondato da un party straordinario. Ci sono tutti quanti, dal primo all’ultimo: c’è il guerriero, che nella vita di tutti i giorni veste i panni di tua moglie, ma che dentro di sé nasconde un’armatura e una forza impressionanti. Ci sono gli healer, che sono tanti e bravissimi, ti tengono per mano — letteralmente — e ti spiegano che sì, è brutta, ma meno di quello che poteva essere, e che con le combo giuste, e un po’ delle loro pozioni, il boss può essere mandato al tappeto. Ci sono tutte le classi di supporto, quello vitale per davvero, che ti stanno accanto, ti confortano e ti ascoltano sempre, che accolgono i tuoi sfoghi anche quando pensi che non ci sia nessuno. Senza di loro, semplicemente, non avresti la forza di camminare e farti avanti. C’è il bardo, perché anche una risata al momento giusto può fare la differenza. C’è il clerico, che ti spiega che anche lui ha dovuto affrontare questi boss, e li ha sconfitti. In fondo, anche se la sua voce ti è sembrata lontana, ultimamente, sai di aver bisogno di sentirtelo dire.

Sono tutti lì. Li senti, vicini, che camminano accanto a te, affrontando ogni passo insieme. Manca giusto il tank, quello che si occupa di fare danno. E ti accorgi che sei tu, il tank. Del resto, è sempre stato il tuo ruolo preferito, da sempre. Entrare a testa bassa nella mischia e menare fendenti come se non ci fosse un domani. Solo che questa volta lo fai perché vuoi che ci sia, un domani.

Manca giusto il tank, quello che si occupa di fare danno. E ti accorgi che sei tu, il tank

Ti organizzi. Ti prepari allo scontro. Sai che sarà lungo, ma hai tutti dalla tua parte. Hai la forza del tuo party, la tua determinazione, il tuo ingenuo ottimismo di sempre e una carica di energia che la metà basta. L’armaiolo ti mette a disposizione un arsenale davvero imponente, efficace e devastante. La fregatura, ti ricorda, è che per colpire il boss devi stare nell’area di impatto delle armi, e questo vuol dire che i debuff colpiscono anche te. Più efficace l’arma, più danno subisci.

that dragon cancer
Questa la capiscono solo i membri del party. Sorry.

Lo scontro va avanti per settimane. Mesi. Gli healer te l’avevano detto, ma un conto è sentirselo dire, un conto è passarli, quei mesi. Un secondo dopo l’altro. Un minuto dopo l’altro. Ci sono ore che durano giorni. Lingue di solitudine e silenzio che si trascinano per i corridoi illuminati dalla luce fredda del neon. Inutile far finta: ci sono momenti in cui vorresti mollare, giorni in cui non ti capaciti di come sei finito in questa situazione, in cui ti chiedi perché, anche se sai razionalmente che non è colpa di nessuno se il bastardo si è presentato alla festa senza invito. A volte piangi. Piangi per la stanchezza, perché non ce la fai più. Piangi per la felicità. Piangi a casa, sotto la doccia, mentre ti lavi delicatamente, con il braccio avvolto nel domopak, ascoltando Livin’ on a Prayer sparata a cannone da una cassa Bluetooth. Sono momenti come questi a ricaricarti le barre dell’energia e della stamina, a riportarle al massimo. Brevi istanti che, nella loro sciocca semplicità, rifulgono di uno splendore quasi astrale. E quindi ti rialzi. Ricominci, più agguerrito di prima.

Inevitabilmente e come in tutte le cose, il tempo passa. Lo scontro va avanti, a volte quasi con il pilota automatico. L’aspetto più assurdo, a tratti surreale, è che non hai percezione di come stia andando. Non lo capisci. Stai male, senti su di te ogni punto ferita delle debuff ma non sai quanto danno hai inflitto. Tocca aspettare, ed è forse quella la parte più difficile. L’attesa. Che poi non è che sei neanche troppo preoccupato. Nel senso, ovvio che lo sei, ma lo sei anche con la serenità di chi sa di aver combattuto con tutte le forze e nel migliore dei modi, e di chi accetterà le risposte che arriveranno.

E la risposta, alla fine del primo round, arriva: il bastardo è al tappeto. Dentro di te, rimane solo una piccola ombra di quello che era prima. I gangli che ti avevano invaso e cercavano di farsi spazio dentro il tuo corpo, tra le tue viscere, sono spariti del tutto. Rimane solo un piccolo ricordo di quel che era prima, quasi impercettibile. Per sconfiggerlo definitivamente, ti dicono, ci vuole tempo. Le debuff continuano ad agire per mesi, e non serve che siano i dottori a dirtelo. Qualcosa, dentro di te, continua a non andare, a non essere a posto come lo era prima, e lo senti sempre, nel formicolìo che non ti abbandona mai, nella stanchezza che ti coglie all’improvviso, solo per aver sollevato un cuscino. La speranza, in tutto questo, è che non colpiscano solo te, ma anche quel piccolo, ultimo grumo inutile rimasto.

E quando arriva il momento di capire se è vero quello che speri, che sia l’ultimo atto, sei preoccupato. E come non esserlo? Lo scontro finale. Fa un po’ sorridere che, come nel film, per arrivarci ci voglia qualcosa di nucleare. Non devi bombardare un pianeta, ma solo farti iniettare un liquido radioattivo, che permette di capire se è finita oppure no. Manco a dirlo, passi la notte in bianco, a girarti nel letto, cercando scioccamente di capire se “senti” la presenza estranea oppure no. In realtà non senti niente, non puoi. Avverti però un’ansia che neanche prima dell’ultimo esame di Elettronica all’università. Fa freddo, nella sala d’attesa della PET. Un freddo polare. Colpa dei condizionatori sparati a cannone per tenere in funzione i macchinari. Tutti sono gentili, come sempre, e quando ti spiegano come funziona la visita, continui a rispondere — scherzando — che speri che sia anche l’unica che dovrai sostenere. Ci vogliono quasi due ore, e alla fine scopri che potrebbe essere davvero così. Che l’ultimo, infame pezzo che ti era rimasto dentro è sparito. Se ne è andato. Non viene “captato” nulla. Non c’è più niente. Solo la tensione che comincia lentamente ad abbandonarti, un senso di stanchezza (vera) che ti assale, e la granitica certezza di non esserti ancora reso conto di quel che è appena successo. Una nube di straniamento ti avvolge la mente, e non accenna a disperdersi. Lo farà, lentamente, come lentamente se ne andranno le debuff. Un solo pensiero riesce faticosamente a farsi spazio nella confusione che ti frulla in testa. Uno solo.

Vaffanculo, stronzo. Vinciamo noi.

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